La signora Dalloway, tra passato e presente

La signora Dalloway (o, in originale, Mrs Dalloway) è un romanzo – il quarto – di Virginia Woolf, pubblicato nel 1925 e edito in Italia da moltissime case editrici (tra le più famose Newton Compton, Einaudi e Marsilio). Si tratta di un classico del novecento, partorito da una mente geniale e, ahimè, malata. Virginia Woolf, infatti, è stata una grande autrice: al suo arco abbiamo romanzi, racconti e saggi scritti in un modo nuovo per la sua epoca (e che fa eco per moltissimi versi a James Joyce, autore di Ulisse).

Eppure, nonostante il nutrito bouquet di opere di cui ha fatto dono a noi lettori, Woolf ha lottato (e, infine, perso) una battaglia interiore che l’ha corrosa più volte nel corso degli anni e che ha contribuito, in un certo qual modo, a mitizzarne la figura. Mi riferisco alla sua malattia mentale, emersa in corrispondenza della morte della madre quando Woolf aveva appena tredici anni, che la portò ad avere un crollo nervoso non indifferente. Da allora, purtroppo, ha alternato momenti buoni a momenti di profondo sconforto e malessere che l’hanno condotta, nel 1941, a lasciarsi andare alla corrente di un fiume – ironico, da un certo punto di vista, dal momento che la sua prosa dà proprio l’impressione di essere un flusso ininterrotto di pensieri e di coscienze in continua alternanza.

Virginia Woolf
Virginia Woolf

Virginia Woolf ha infatti caratterizzato la letteratura moderna per la sua prosa particolare, costellata di piccole stelle – le cosiddette epifanie – momenti di ineluttabile e irripetibile felicità; il momento in cui tutto è perfetto, tutto è colmo di gioia, e si sa che non si riproverà più una simile sensazione; mai più. Questo lunghissimo monologo, che prende piede nei suoi scritti, può risultare pesante e forse soffocante per chi non l’ha mai letta in precedenza; eppure, se ci si abitua, se si riesce a stare a galla, è possibile seguire ogni pausa, ogni digressione, ogni cambiamento, ottenendo alla fine la percezione di un mondo che sembra molto più grande di quanto non appaia esternamente (i romanzi di Woolf non sono esageratamente lunghi – è un po’ come entrare nel TARDIS).

La Signora Dalloway (1925)

Il romanzo è ambientato in una giornata di giugno: Clarissa Dalloway, moglie di Richard – politico britannico – esce di casa per andare a comprare dei fiori per una festa che ha organizzato per quella sera. Nel tragitto incontra Hugh Whitbread, un suo vecchio conoscente, che le innesca un tuffo nei ricordi che la accompagnerà per l’intera giornata; un tuffo che la riporta indietro ad un’estate della propria giovinezza, anzi: l’estate della propria giovinezza; l’estate in cui ha deciso il resto della propria vita. Nel corso della giornata Clarissa entra in contatto con moltissime persone, come per esempio Peter Walsh, suo vecchio amico e pretendente, che lei ha rifiutato per sposare Richard. Più in generale, tutto conduce alla festa che Clarissa ha organizzato con molta premura. Parallelamente, però, un uomo e sua moglie – Septimus Warren Smith e Lucrezia – seguono un altro percorso, fatto di deliri, visite mediche e profonda sofferenza, che si intreccerà, seppur sottilmente, con la vita apparentemente perfetta della Signora Dalloway, portandola ad una nuova consapevolezza.

Copertina di Mrs Dalloway.
Copertina del libro

Il romanzo non è particolarmente lungo – 146 pagine – ma è estremamente denso, e quindi risulta un po’ difficile riuscire a leggerlo tutto in un’unica seduta, anche per chi, secondo me, è allenato. Se, infatti, le prime parti del libro sono piuttosto brevi (non ci sono capitoli, ma solo interruzioni a delimitare dei cambiamenti di prospettiva o dei piccoli balzi in avanti) si arriva a metà e si incontra uno scoglio – ben 110 pagine – in cui accade di tutto e di più, in cui Woolf cede la parola a quasi tutti i personaggi che ha introdotto fino a quel momento e diventa un po’ complicato riuscire a capire, se non si presta la dovuta attenzione, chi sta effettivamente raccontando, pensando, agendo.

L’ho già detto sopra, ma lo ripeto: lo stile di Woolf è peculiare e, per il periodo in cui ha scritto, nuovo; fa eco a James Joyce (di cui sappiamo lei stesse leggendo Ulisse più o meno nel periodo in cui ha iniziato a lavorare alla prima bozza, The Hours). In effetti loro due, insieme a Marcel Proust, rappresentano la prima ventata di modernismo letterario nei programmi scolastici liceali. Il lessico di Woolf è estremamente curato: ho notato moltissimi richiami alla natura, in particolare al mondo dell’ornitologia – Clarissa viene descritta come somigliante ad una ghiandaia, Septimus nota come gli uccelli parlino greco antico, e ancora e ancora qui e là, nel corso del romanzo, sono presenti riferimenti agli uccelli.

Anche il suono delle parole è importante, perché esprime ciò che Clarissa sente a più riprese: i suoni della città – che comunicano a Clarissa che Londra è viva – prendono corpo nel testo con la scelta di determinate parole con determinati suoni (si tratta, a tutti gli effetti, di allitterazioni in prosa).

Ultima nota sono gli infiniti richiami intertestuali: Woolf è una donna colta e questo è possibile capirlo da tutti i riferimenti a opere letterarie, a fatti di politica e simili. L’esempio più evidente è il richiamo a Shakespeare nel parlare di Septimus che non soltanto ne è appassionato ma che ha, a tutti gli effetti, le connotazioni di un eroe tragico shakesperiano, incompreso dal mondo e incompreso anche a sé, ma privilegiato al contempo perché arriva a capire e conoscere la verità alla fine, raggiungendo una forma di libertà assoluta, seppure definitiva.

La Signora Dalloway (1997)

L’adattamento che ho scelto questo mese è La Signora Dalloway, di Marleen Gorris (regista che ha vinto anche un Oscar come miglior film straniero nel 1996 con L’albero di Antonia). Si tratta di un adattamento quasi completamente fedele del romanzo omonimo, che mi ha molto soddisfatto. La trama è uguale, se non per qualche piccolo dettaglio. I principali interpreti sono Vanessa Redgrave, che veste i panni di Clarissa Dalloway divinamente – riesce a rendere perfettamente la vitalità di Clarissa, che sta tutta negli occhi e nel volto – e Rupert Graves, che interpreta Septimus Warren Smith. Anche nel suo caso, credo che il lavoro fatto sia stato sublime: l’attore si è calato nella parte alla perfezione, restituendo il ritratto di uomo malato e profondamente tormentato, ma anche tremendamente lucido nel riconoscere la propria malattia e il proprio tragico fato.

Locandina di La Signora Dalloway.
Locandina del film

Adattare un romanzo formato da un interminabile flusso di coscienza non dev’essere stata impresa facile, ragion per cui capisco i cambiamenti che sono stati apportati… Nella maggior parte dei casi. Fin dall’inizio, per chi ha letto il libro, appaiono evidenti alcune differenze: per prima cosa infatti vediamo un antefatto. Ci troviamo in Italia nel 1918 (e quindi durante la Prima Guerra Mondiale) e Septimus osserva, impotente, il suo commilitone Evans morirgli davanti. Quello è l’inizio del suo trauma: Evans muore e la luce negli occhi di Septimus si spegne, preannunciando allo spettatore l’impatto che l’evento avrà in seguito. Viene quindi data più importanza all’accaduto, mentre nel romanzo, anche se non si glissa sull’accaduto, questo viene citato per muovere una feroce critica al sistema sanitario britannico – che trattava i cosiddetti “scemi di guerra” con sufficienza, dando loro trattamenti totalmente inadeguati.

Ma andiamo avanti: la narrazione salta al 1923 e incontriamo Clarissa che va a comprare i fiori. La accompagniamo, anche, mentre i suoi pensieri prendono forma in una voce fuori campo (che ritroveremo spesso e che credo essere un’ottima soluzione per veicolare il flusso di coscienza). Poi abbiamo l’incontro con Hugh ed ecco, prendono il via i flashback che ci riportano alla giovinezza. Ho apprezzato particolarmente questi salti nel passato, perché riescono a comunicare in maniera eccellente l’universo bucolico e fresco che ha caratterizzato il resto delle vite di quelli che l’hanno vissuto (Clarissa, Peter, Sally, Richard, Hugh). E, anche se occupano molto più spazio rispetto alla controparte cartacea, credo che questa soluzione sia provvidenziale perché riesce a rendere molto meglio l’evoluzione dei vari personaggi.

Sally Seton e Clarissa Parry leggono sul prato.
Sally e Clarissa

Più in generale, il film adotta (ovviamente, direi) l’attitudine del show, don’t tell a più riprese; uno sguardo, un sorriso, valgono più di mille parole. È qui che si inserisce la differenza secondo me più evidente tra romanzo e film; proprio nello sguardo.

Clarissa si trova dalla fioraia (la signora Pym) e sta scegliendo i fiori per la sua festa quando sente un forte rumore (non vediamo per niente la macchina, che quindi viene soppressa completamente). Vediamo, però, Septimus dalla vetrina della signora Pym, spaventato per via del forte rumore. Ed è lì, per un istante, che lo sguardo dell’uomo incontra quello di Clarissa; cosa che nel romanzo non avviene affatto. Questo incontro ha un effetto su Clarissa, che tornata a casa ripensa a Septimus – l’uomo senza nome – rivedendolo nel vetro della finestra. Nel romanzo, invece, i due non si incontrano mai. Clarissa apprenderà del suicidio di Septimus solo alla festa, dal racconto dei Bradshaw. Dal punto di vista della trama l’incontro tra i due serve soltanto per introdurci il personaggio, ma a mio avviso la scena della finestra è totalmente superflua e sarebbe potuta essere sostituita da un ulteriore flashback che definisse meglio il rapporto che c’è, invece, tra Septimus e Lucrezia.

Clarissa Dalloway cammina.
Clarissa Dalloway esce dal negozio di fiori

In generale, a parte i flashback e le visioni di Septimus, che vengono rese magnificamente, il film non riesce a rendere appieno la profondità dei personaggi. Gorris ha cercato di comunicare l’universo interiore dei personaggi presentandoceli nel passato (il nocciolo intorno al quale facciamo crescere la nostra corteccia è la gioventù, dopotutto), ma non è riuscita pienamente a restituirci la complessità che Woolf articola di ognuno di loro su carta.

E secondo me ad essere più sacrificate sono Elizabeth – la figlia di Clarissa e Richard – e Doris Kilman, la sua precettrice. Il loro rapporto è molto più superficiale di quanto sembri, così come il personaggio di Doris, che non accenna minimamente a brillare; del suo profondo odio e dei suoi complessi; dei suoi sentimenti morbosi nei confronti di Elizabeth non emerge nulla.

Clarissa Parry e Peter Walsh.
Clarissa e Peter

Punto molto apprezzato è la sequenza in cui Lucrezia e Septimus fabbricano il cappello per la figlia della Signora Filmer – toccante proprio come nel libro. L’unico problema è che il suicidio di Septimus, che avviene subito dopo, perde di valore. In effetti, anche se Clarissa arriva a validare la sua morte, riconoscendo un senso alla vita e ristabilendo il proprio posto nella società, il suo dolore e la sua malattia non servono affatto ad evidenziare il profondo disagio e la denuncia che Woolf mette in atto nel dipingere il dottor Holmes e il dottor Bradshaw – due facce della stessa medaglia sporca e inutile, specchio di una società che non sa curare né interagire con i propri malati.

La ciliegina sulla torta – nel film – si può trovare nel momento immediatamente successivo alla morte di Septimus. Il dottor Bradshaw, infatti, si era fatto portavoce di un’affermazione che viene ripetuta spesso nel romanzo: che Septimus aveva fatto la guerra, e per questo veniva visto con rispetto e orgoglio dalle persone. Ecco, subito dopo la sua tragica morte il dottor Holmes commenta la vista del suo corpo impalato sulle inferriate dandogli del codardo.

Septimus Warren Smith
Septimus

Ecco, ho detto tutto: questo è il massimo della critica nei confronti della comunità medica. E certo fa indignare questo commento – io mi indigno a scriverlo – ma la verità è che, senza aver letto il libro, è molto difficile riuscire a percepirne tutte le implicazioni.

La rimetto a voi: avete letto La Signora Dalloway? Se sì, vi è piaciuto? Parliamone nei commenti. E, se non avete ancora visto il film potete trovarlo in streaming su Amazon Prime Video (che non mi paga per dirvelo).

A presto!

F.

And there is a dignity in people; a solitude; even between husband and wife a gulf; and that one must respect, thought Clarissa […]

V. Woolf, Mrs Dalloway

Autore: Francesca

Scrivo. In pratica non so fare altro: sono goffa, timida e secondo qualcuno amo dormire a testa in giù. Ma amo anche leggere e osservare. Insomma, mi piace scappare dal mondo reale per rifugiarmi in quelli immaginari.

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