Chi è il vero male?

Tu sei il male è un libro anticonvenzionale, ma di questa sua peculiarità te ne accorgi solo dopo averlo terminato. La storia in sé non è completamente originale per chi ama leggere thriller o guardare serie crime in TV, ma è coinvolgente e sa acchiapparti: abbiamo un antefatto, in cui ci troviamo nell’estate del mondiale del 1982 e il nostro protagonista, Michele Balistreri, è un giovane ispettore di belle speranze ma zero voglia di vivere che vive e lavora a Roma. È un ragazzo molto lascivo, uno sciupafemmine doc, con idee un po’ anarchico-rivoluzionarie e un nichilismo dentro che ti fa venire voglia di prenderlo a pugni. Suo compare inseparabile, Angelo Dioguardi è praticamente la sua controparte: coetaneo ma fidanzato, ligio impiegato vaticano e… Beh, ligio in tutto e per tutto, anche nel numero di sigarette che fuma ogni giorno. Angelo è un nome molto azzeccato per lui; il suo piatto forte, però, non è il comportamento ineccepibile, bensì una bravura scandolosa a poker. Ora, questo antefatto ci serve per darci un minimo di contesto: durante il mondiale Elisa Sordi, una giovane collega di Angelo, scompare nel nulla e viene ritrovata dopo un po’ di tempo sulla riva del Tevere, morta e mezza mangiata dai topi. L’indagine viene affidata a Michele, che però non riesce ad acciuffare il colpevole, causando inavvertitamente anche un suicidio. Il sospettato principale è Manfredi, un giovane ragazzo con qualche problemino di controllo emotivo e una passione per il rock pesante (che poi vorrei capire perché dovrebbe essere una colpa, ma vabbè).

A questo punto inizia la storia vera e propria: nel 2006, altro mondiale fortunato per l’Italia, iniziano una serie di morti sospette, che conducono la squadra investigativa capitanata da Michele ad un serial killer che ama scrivere lettere sui cadaveri. In un intricato groviglio di avvenimenti e giri su, giù e fuori Roma arriviamo, alla fine, a scoprire la verità e il collegamento con la tragica morte di Elisa. Fine.

Il libro mi è piaciuto? Sì. Però mi ha anche fatto incavolare come non mai. Perché la trama è avvincente, e il modo in cui Roberto Costantini parla di Roma e del suo contesto socioculturale sia negli anni Ottanta che negli anni Duemila mi piace tantissimo. Ma i personaggi che mette in campo sono orrendi, fortemente stereotipati e onestamente se li incontrassi per strada cambierei marciapiede. Non fraintendetemi: capisco che non esistono né buoni né cattivi al mondo, altrimenti sarebbe tutto troppo facile, no? Nessuno di noi è interamente buono o interamente cattivo: viaggiamo attraverso la vita cercando di equilibrare le due parti di noi (poi c’è chi non riesce, ma quello è un altro discorso). Ora, non farò spoiler a nessuno, ma dirò che ciò che accade nella seconda metà del romanzo mi ha fatto chiudere il libro e metterlo da parte per almeno una settimana per la rabbia. Perché si può essere depressi, stronzi, nichilisti quanto ci pare nella vita, ma non riesco a tollerare la intrinseca giustificazione della violenza, giustificazione che sta tutta negli “istinti primordiali” dell’uomo. Io non riesco a tollerare e a comprendere come si possa arrivare così vicini al perpetrare (o al subire) una violenza senza poi pensarci più. È successo, basta così, si va avanti, ci si riprende e non si affronta la cosa.

Ed è esattamente per questo motivo e per il mio infimo amore per il protagonista di questo libro che ho deciso di non continuare la Trilogia del Male, che tanto mi aveva affascinato nel durante. Perché sì, il male affascina e conturba, ma alla fine sta sempre a noi decidere.

La pioggia attutisce la vita, come un antidepressivo.

R. Costantini, Tu sei il male

Autore: Francesca

Scrivo. In pratica non so fare altro: sono goffa, timida e secondo qualcuno amo dormire a testa in giù. Ma amo anche leggere e osservare. Insomma, mi piace scappare dal mondo reale per rifugiarmi in quelli immaginari.

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