L’ombra del sole

Wilbur Smith è stato un autore molto prolifico: nel corso della sua carriera autoriale ha scritto all’incirca cinquanta romanzi piuttosto massicci, creando un universo che si estende per tutto il continente africano nel corso di vari decenni. L’ombra del sole è un romanzo slegato dalle sue saghe familiari, e per questo è possibile vederlo nella sua interezza. Nel 1968 ne è stato tratto un film, Buio oltre il sole, che vede nei panni del protagonista Rod Taylor.

Il romanzo

L’ombra del sole è il secondo romanzo di Wilbur Smith (del primo, Il destino del leone, ho parlato qui). Ci troviamo nel 1965 e, informandomi, ho scoperto che questo libro è stato scritto a stretto contatto con la natura: Smith ha raccontato infatti di aver comprato un camper e di aver trascorso il tempo della stesura nella giungla, lontano da tutto e tutti. Questo aneddoto mi dà un forte senso di pace ed è il mio sogno proibito: mollare tutto e rinchiudermi da qualche parte a dare vita al mio universo interiore (che è poi una delle immagini più diffuse sullo scrivere; vedi Shining, Misery o l’ultima stagione di American Horror Story).

Copertina della mia edizione

Ben altra giungla è, però, quella che fa da sfondo alla vicenda di L’ombra del sole: dimenticate la calma e la tranquillità; tra le fronde verdi del Congo si nasconde la morte. Il romanzo è ambientato infatti in un periodo piuttosto turbolento, quello della crisi del Congo, e vede il gruppo di mercenari capitanati da Bruce Curry muoversi in un territorio selvaggio, circondato da un lato dai Baluba, un popolo nativo del territorio africano, e dall’altro dal gruppo del sedicente generale Moses. L’obiettivo? Recuperare una cassetta piena di diamanti, custodita a Port Reprieve, usando come scusa l’evacuazione dei suoi abitanti.

Ci troviamo qui.

Durante la missione si sviluppano e si evolvono le relazioni tra i personaggi: ogni singolo componente del gruppo di mercenari ha una sua storia e un proprio obiettivo privato. Andando avanti con la trama, tuttavia, emerge quello che secondo me è il vero tema della vicenda: la guerra. Ma andiamo con ordine. Chi sono i personaggi di L’ombra del sole?

L’allegra brigata

I personaggi de L’ombra del sole sono per la maggior parte uomini con una singola eccezione, ma hanno in comune una cosa: sono tutti terribilmente stereotipati. Abbiamo il protagonista maschile dal carattere chiuso e dall’animo arido (Bruce Curry); il suo opponente naturale, un altro uomo dai desideri impetuosi e spietati, arrabbiato con il mondo (Wally Hendry); l’ex-medico che combatte contro i propri demoni (Mike Haig); il ragazzo dai tratti delicati e dall’animo pavido che, guarda caso, è omosessuale (André de Surrier); infine, il personaggio femminile, carino e affascinante, forte in apparenza, che ovviamente ha come vero scopo solo quello di diventare l’interesse romantico del protagonista (Shermaine Cartier).

Da sinistra: Bruce Curry (quello di spalle), Wally Hendry, André de Surrier e Ruffo (la still è presa dalla trasposizione).

Forse gli unici personaggi che si salvano sono l’antagonista (il generale Moses) e il vice del protagonista (Ruffo), ma potrei semplicemente non averne colto i tratti stereotipati (nel caso fatemi sapere nei commenti, se avete letto il libro).

Ogni singolo personaggio porta a termine il proprio viaggio in modo diverso ma i loro percorsi mettono in evidenza tutta una serie di problematiche; e, anche se ad un primo sguardo sembra essere Hendry quello turbolento (attaccabrighe, infanticida e stupratore) tutti i personaggi presentano delle problematicità. Potrebbe essere semplicemente la complessità della natura umana? Può darsi. A me però non sono andate molto giù. E, se posso capire la risoluzione della linea narrativa di Haig (che alla fine batte il demone dell’alcol, anche se in maniera poco credibile), la fine di André e ciò che capita a Shermaine non sono esattamente il tipo di lieto fine che mi sarei aspettata.

Mi spiego meglio (da qui in poi allerta spoiler!): André muore dopo essere stato rapito dai nemici e picchiato a morte. La sua morte è il suo riscatto: grazie ad un ultimo (e unico) slancio di coraggio fa esplodere una granata, che uccide tutti quelli che si trovavano con lui (Moses compreso). Fin qui la dipartita di André potrebbe essere accettabile, se fosse il modo di riscattarsi di un uomo da una vita di codardia; è morto da “vero uomo”. È proprio questo il problema. André de Surrier non è un personaggio intrinsecamente codardo; è codardo perché omosessuale. È praticamente l’unica cosa che si sa di lui. Alla luce di questo, la sua morte appare quindi quasi un gesto di scuse: “scusate ragazzi, sono stato un debole gay fino a questo momento, ma adesso basta, divento un vero uomo, proprio come voi, forte”.

Riuscirò a fare quest’ultima cosa, ci riuscirò, riuscirò a morire SENZA URLARE.

p. 145, è André a parlare.

Passiamo adesso alla cara e dolce Shermaine: la ragazza viene dipinta come una tipetta grintosa e diventa, nel corso della storia, l’interesse romantico del protagonista, che addirittura si riscuote dal suo intorpidimento e ricomincia a sentire la vita scorrergli dentro. È un’immagine bellissima: lui è cambiato grazie a lei. Eh, anche lei è cambiata grazie a lui. Avete presente le regole che elenca Randy in Scream? Ecco, me ne viene in mente una in particolare: “Non si deve mai fare sesso”. Perché Shermaine, dopo essersi concessa a Bruce, perde qualsiasi forza presentata in precedenza, tant’è che viene violentata da Hendry. La cosa che mi infastidisce di più, in questo caso, è che Shermaine aveva un mezzo per potersi difendere dal suo aggressore (una pistola), eppure per qualche strano motivo non è nemmeno in grado di usarla; subisce e basta. Personalmente credo che meritasse un trattamento migliore, di sicuro non quello di essere ridotta ad una sagoma di cartone nelle ultime battute soltanto per dare a Bruce il pretesto di cercare e uccidere Hendry.

Una lancia a favore

Ho passato l’ultimo paragrafo ad elencare quelle che sono le problematicità del romanzo, che possiamo riassumere così: i personaggi sono piatti e fortemente stereotipati. È una pecca che ho già messo in evidenza parlando di Il destino del leone e che (spero) non finisca con il caratterizzare lo stile di Wilbur Smith. Nonostante l’aridità caratteriale dei nostri prodi, però, esistono anche lati sicuramente positivi e da cui si può trarre ispirazione.

Mi riferisco alle descrizioni e alla narrazione dei momenti più movimentati: ovviamente ci troviamo nel bel mezzo di una guerra, e saper rendere l’orrore e la brutalità di un simile avvenimento non è affatto facile. In questo Wilbur Smith brilla: la brutalità trasuda, insieme al sangue e alla violenza, senza risultare in alcun modo volgare. Il lettore la assorbe oggettivamente, riuscendo quindi a percepirla individualmente. Devo però fare un’ulteriore precisazione: questo romanzo, più del primo, avrebbe avuto problemi ad essere pubblicato oggi per via del del lessico utilizzato, oltre che per determinati punti di vista impliciti che emergono nel corso della storia, che sono figli dell’epoca in cui questo romanzo è stato scritto.

Emerge inoltre un dualismo: da una parte abbiamo la guerra (il puzzo di sudore dei soldati, la rozzezza di questi uomini, il sangue, la morte) e dall’altra c’è la dimensione personale dei personaggi che, nonostante siano stereotipati, sono uomini che hanno tutti un lato per così dire “sensibile”, che evidenzia come la guerra faccia salire in superficie la parte peggiore del genere umano, una parte che di solito viene tenuta latente.

Il film

Buio oltre il sole è uscito nel 1968 e vede, come attori di punta, Rod Taylor, Jim Brown e Yvette Mimieux. Si tratta di una pellicola di cui, in tutta onestà, non avevo mai sentito parlare. Qualcun altro però sì, e non gente qualunque: sto parlando di Quentin Tarantino e Martin Scorsese, che considerano Buio oltre il sole uno dei loro film preferiti.

Questa è la locandina del film

Ora, malgrado l’affetto e l’ammirazione che questi due registi provano nei confronti del film, io devo essere onesta: è ben diverso dal libro ed è, secondo me, peggiore.

In breve, de L’ombra del sole c’è soltanto la base: la trama è stata modificata in molti punti chiave, anche e soprattutto nel finale. Tutti questi cambiamenti danno un senso completamente diverso alla storia, ma non è questo il problema più grande.

Infatti, anche se il tema è diverso è comunque importante: nel romanzo si evidenziava l’impatto che la guerra ha sugli uomini, il fatto che la guerra esterna, quella che si fa gli uni contro gli altri, sembra essere una sorta di conseguenza della guerra interna a ciascun individuo, una valvola di sfogo. Nel film invece viene sottolineata l’importanza del vero io, soprattutto per quanto riguarda gli abitanti nativi dell’Africa; a più riprese viene notato come Bruce e gli altri personaggi di provenienza europea abbiano dei marcati pregiudizi nei confronti dei soldati di colore e nativi del luogo che li aiutano, e soprattutto la diffidenza risiede soprattutto nel considerare le tribù indigene. Il personaggio di Ruffo è in questo caso esemplare, perché mostra come la discendenza di un individuo non ne pregiudica i valori: lui appartiene all’Africa, è fiero di farne parte, ed è il personaggio più positivo dell’intera vicenda, più del protagonista stesso. Bruce, infatti, parte come personaggio positivo ma, alla fine della vicenda, diventa ciò che ha combattuto dall’inizio: diventa un assassino, uno di quelli che uccidono spinti dalla furia cieca e dagli istinti più primitivi.

Quali sono le cose che rovinano il film, invece? La riduzione al minimo dei conflitti interiori dei personaggi, che non ti restano impressi più di tanto (nel romanzo si capisce il carattere di Hendry dall’incipit; nel film gli hanno dovuto mettere una svastica sulla divisa per comunicarcelo, un espediente superfluo e, secondo me, totalmente fuori luogo); la superficialità con cui viene trattato l’antagonista, il generale Moses: nel romanzo non occupava già di per sé molto spazio, ma la sua descrizione e i suoi atteggiamenti, per quanto ridotti a poche pagine, bastavano a dare l’idea di quanto spaventoso e spietato fosse. Nel film, invece, lo spettatore lo percepisce come un omuncolo silenzioso; fanno più paura i suoi uomini di lui, il che è un peccato.

Il generale Moses al centro, ammira un diamante

L’ultimo fatto che mi ha fatto storcere il naso è la sostituzione di un personaggio con un altro: mi riferisco a Shermaine, che nel film non c’è affatto, sostituita dal personaggio di Yvette Mimieux, Claire, ugualmente bella e ugualmente inutile. Se è inutile perché dico che m’ha dato fastidio? Semplice: nel romanzo se non altro aveva uno scopo; nel film non ce l’ha. In tutta onestà, se lei non ci fosse affatto stata non si sarebbe nemmeno notato.

Le parole sanno uccidere qualunque cosa.

Wilbur Smith, L’ombra del sole

La rimetto a voi: avete letto L’ombra del sole? Avete visto Buio oltre il sole? Cosa ne pensate? Ma soprattutto, l’articolo vi è piaciuto? Mi piacerebbe molto discutere con voi, quindi commentate senza indugio!

A presto!

Autore: Francesca

Scrivo. In pratica non so fare altro: sono goffa, timida e secondo qualcuno amo dormire a testa in giù. Ma amo anche leggere e osservare. Insomma, mi piace scappare dal mondo reale per rifugiarmi in quelli immaginari.

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