Cime tempestose

Copertina di Cime Tempestose

Mistica della brughiera

Che un’anima riservata come quella di Emily Brontë potesse celare al suo interno una burrasca così penetrante, travolgente e a tratti buia di sentimenti e sguardi fulminanti era poco scontato, soprattutto se si dà uno sguardo alla sua biografia. Eppure, quasi due secoli dopo, Cime tempestose persiste come un vecchio albero testardo tra i pizzi e i merletti degli altri romanzi classici che conosciamo (Orgoglio e pregiudizio, Ragione e sentimento, un po’ tutto il repertorio della Austen), buttato lì un po’ per caso da chi ha pensato che la pasta fosse la stessa.

Nulla di più sbagliato: Cime tempestose (che sarebbe la traduzione italiana del nome di uno dei luoghi principali del romanzo, Wuthering Heights) vede diramarsi tra le sue pagine una bellissima pianta carnivora: affascinante ma corrosiva, ossessionante come i romanzi gotici di quegli anni e passionale come i poemi romantici di Lord Byron (tra l’altro la Brontë si dilettava moltissimo con la poesia; è con i suoi poemi che Charlotte, sua sorella, scopre il suo talento letterario).

Lo scheletro dell’opera presenta delle rigorose forme geometriche: vi sono almeno due cornici ben definite – la prima viene narrata dal signor Lockwood, affittuario di Thrushcross Grange; la seconda da Ellen Dean, la governante della tenuta, che a sua volta dà voce a tutti gli altri personaggi (non a caso i critici parlano di “struttura a matrioska”).

È una questione di punti di vista

In molti credono che Cime tempestose sia solo una storia d’amore; a mio parere sbagliano: è molto più di questo. La narrazione ci presenta la trama divisa in due parti, un prima e un dopo; nel prima vediamo l’inizio: Lockwood arriva nello Yorkshire e fa visita al suo padrone di casa, un uomo strano e dal pessimo carattere di nome Heathcliff, trovandosi costretto a trascorrere lì la notte dal brutto tempo. In quella casa così cupa, solo, Lockwood vive un’esperienza inquietante: gli sembra di vedere un fantasma fuori dalla finestra che lo prega di aprirla e di farla entrare. Spaventato, attira l’attenzione di Heathcliff, che apre la finestra incurante della bufera in corso. Nei giorni seguenti, rientrato a Thrushcross Grange, Lockwood si fa raccontare da Nelly, la governante, la storia di quell’uomo così singolare.

Il prima

Heathcliff è un trovatello quando viene portato a Wuthering Heights dal Signor Earnshaw, che lo cresce come figlio suo, attirando però la gelosia di suo figlio Hindley che, dopo la morte del padre, rende la vita del giovane un vero e proprio inferno: Heathcliff viene privato del suo status, della sua istruzione e viene mandato a fare il bracciante nei campi. Catherine, la figlia minore degli Earnshaw, è l’unica amica che ha e con la quale trascorre la maggior parte del suo tempo libero. Un giorno i Linton, la famiglia che abita nella tenuta confinante (Thrushcross Grange), entra in contatto con Catherine, mostrandole una vita sicuramente migliore rispetto a quella che la ragazza conduce a casa (soprattutto dopo la morte della moglie di Hindley, che lo lascia con un figlio appena nato, Hareton). Questo la condurrà a dover compiere una scelta: sposare Edgar Linton, che la ama profondamente, o restare e amare Heathcliff. Questi dubbi la portano ad uno sfogo ascoltato da Ellen, la governante, e da Heathcliff stesso, che origlia una parte della conversazione, capisce male e sparisce nel nulla. Catherine lo scopre e avrà un esaurimento nervoso, che la segnerà profondamente. Dopo tre anni Heathcliff ritorna e trova Catherine sposata con Edgar. I due riallacciano i rapporti, ma la sua vendetta è solo all’inizio. Sappiamo che Heathcliff è tornato da uomo ricco; porta sul lastrico un Hindley ormai alcolizzato e sposa in segreto Isabella, la sorella di Edgar. Tutto questo condurrà Catherine ad un secondo esaurimento nervoso e alla morte, dopo il parto di una bambina che prenderà il suo nome. Poco prima di morire lei e Heathcliff si dichiarano reciproco amore, ma questo non basta: quando l’uomo sa della sua morte la maledice, intimandole di perseguitarlo finché vivrà. Poco dopo muore anche Hindley: ora Heathcliff è il padrone di Wuthering Heights.

Meravigliosi! (Credits: Deviantart)

Il dopo

Trascorrono anni; la figlia di Edgar, Cathy, cresce lontana dalla famiglia della madre e dunque da Heathcliff, che cresce il figlio di Hindley come un poveraccio; Isabella gli ha dato un figlio, Linton, malaticcio e viziato, che raggiunge lo Yorkshire dopo la morte della madre (che era fuggita). Ed ecco dunque compiersi l’ultima parte della sua vendetta: Heathcliff costringe Cathy a sposare Linton per appropriarsi di Thrushcross, cosa che accade perché sia Edgar che Linton muoiono di malattia. A questo punto, però, la vendetta di Heathcliff scema; colpito dall’amore che sboccia tra Hareton e Cathy l’uomo lascia perdere e muore in “circostanze misteriose”.

Un piatto che va servito freddo, anzi: freddissimo

Si pensa (erroneamente) che il tema fondamentale dell’opera sia l’amore, ma non è affatto così: il suo cuore granitico è la vendetta, alimentata dalla passione bruciante nel cuore duro e chiuso di Heathcliff, dalla sua sete di riscatto da una vita di soprusi e maldicenze. E, anche se è vero che l’uomo cerca suppergiù di non coinvolgere più di tanto Catherine nei suoi piani, non le risparmia astio e maledizioni (l’anatema che le lancia quando muore è, forse, uno dei passi più celebri del romanzo). No: la verità è che Cime tempestose trasmette passioni distruttive e coinvolgenti, magnetiche quasi, che trovano la loro capacità espressiva negli accenni sovrannaturali della storia: il fantasma di Catherine, che Heathcliff dice di vedere, con il quale parla e al quale, alla fine, sembra abbandonarsi nell’abbraccio della morte; e Lockwood, affittuario di Thrushcross e primo narratore della storia, sembra quasi corroborare questa tesi, avendo avuto un incubo alquanto… Singolare.

Cime Tempestose mi ha scavato un metaforico buco in petto, mi ha strappato il cuore e lo ha abbandonato in mezzo alla brughiera inglese. È un romanzo pieno, carico di emozioni così come di avvenimenti e di misteri. È un romanzo che non si vuole abbandonare, quando si arriva alla fine: la separazione è involontaria e solcata da un profondo senso di nostalgia, si vorrebbe restare lì con gli abitanti di quei luoghi per sempre. E, nonostante i personaggi siano tutti connotati sia da lati positivi che negativi non si può non amarli completamente. I personaggi sono veri, reali quasi.

Per quanto riguarda lo stile della Brontë, potremmo definire la sua penna asciutta ma al contempo indagatrice; la donna è stata capace di indagare l’insondabile dei personaggi, donandoci non solo un racconto a matrioska (racchiuso in più voci narranti) ma anche uno dei primi antieroi della letteratura. Per l’epoca nella quale scrisse, infatti, un protagonista doveva avere tutta una serie di caratteristiche positive, che sono assenti o totalmente insignificanti in Heathcliff, così come in Catherine. I loro caratteri sono segnati dalla incisività delle emozioni, che portano l’uno ad una burbera burrascosità e l’altra ad una volubile cedevolezza. Non è quindi netto il cosiddetto “manicheismo”: la distinzione tra bene e male, che porta alla fine alla redenzione o all’annientamento dell’antagonista. È innegabile che questi sia proprio Heathcliff, eppure lui non mostra il benché minimo pentimento. Lui non molla perché si sente in colpa; molla perché ormai “non ha più senso farlo”; molla per trovare sollievo dalla propria vita vuota e senza senso tra le braccia dello spettro dell’unica donna che abbia mai davvero amato, lasciando che Hareton e Cathy, i discendenti delle due famiglie, si uniscano in matrimonio e siano, infine, felici.

Mi sento quindi di dire al mondo: leggete Cime tempestose. Non si può non leggerlo almeno una volta nella vita e io stessa mi sono pentita di non averlo fatto prima. Lo struggimento dei personaggi e le loro passioni vi entrano dentro e non vi abbandonano completamente, dopo; vi perseguitano come Catherine fa con Heathcliff.

L’unico completo

“E se non volessi leggere il libro?” potreste chiedermi.

Beh, Cime tempestose ha un sacco di adattamenti. Il più famoso è quello del 1939, che vede nel cast Lawrence Olivier (che io conosco come Amleto nell’adattamento omonimo), ma ce ne sono anche altri due, oltre a quello di cui vi parlerò sotto: una miniserie televisiva della Rai (2004) e un film del 2011 con Kaya Scodelario (Skins) nei panni di Catherine.

Questi film sono bellissimi, ma hanno un difetto: portano alla luce solo la prima parte della storia. L’unico (finora) che invece mostra entrambe le parti del romanzo risale al 1992. Parliamone un po’.

Completo, sì: ma a che prezzo?

Il film vede come stelle di punta Juliette Binoche e Ralph Fiennes, al suo debutto cinematografico (aveva lavorato in teatro fino a quel momento, un po’ come Alan RIckman con Trappola di cristallo). Il film è bello? Sì.

Ma ci sono delle cose che non vanno.

Quanto sono belli? Quanto?

La pellicola trasmette solennità e spiritualità in maniera sicuramente diversa rispetto al libro, ma lo fa: lo vediamo nel modo in cui la brughiera viene ripresa e nelle musiche, che fanno pensare un po’ ai nativi Americani. Inoltre, la scenografia è praticamente perfetta: i luoghi sono meravigliosi, adibiti con cura, duri ma al contempo maestosi, proprio come nel libro.

(Un’altra chicca bellissima che ho notato dopo essermi mangiata vagonate di period dramas è la cura negli abiti: c’è una differenza di vestiario tra Catherine e Cathy dettata dal trascorrere degli anni e che viene annullata quando la ragazza va a vivere a Wuthering Heights, dove probabilmente si ritrova costretta ad indossare abiti vecchi: quelli che erano appartenuti a sua madre).

Ovviamente anche la trama è la stessa, malgrado qualche imprecisione temporale (il romanzo sembra un orologio svizzero invece, è molto preciso), ma si tratta di piccole imperfezioni che si ignorano facilmente, anche perché vengono abilmente ricucite per dare vita a piccoli momenti che sono comunque congruenti con la storia.

Il problema è sta nei personaggi e in quello che trasmettono: il prodotto perde di intensità e di burrascosità per strada, come una vecchia automobile che arranca fino a fermarsi completamente.

Le passioni travolgenti che si agitano all’interno del romanzo vengono infatti addolcite e ammansite: certamente le nostre opinioni nei confronti dei personaggi sono le stesse, eppure Heathcliff è più disperato che tormentato; e sicuramente non è violento e vendicativo quanto la sua controparte di carta. Stessa cosa dicasi di Catherine: nel romanzo vediamo infatti sia le sue qualità che i suoi difetti; nel film questi ultimi vengono quasi completamente offuscati dai pregi, donandoci un personaggio completamente positivo (cosa che non è; a mio parere uno dei punti di forza del libro sta proprio nelle sfumature dei personaggi; oggi siamo abituati ai cosiddetti “personaggi a tutto tondo”; nell’Ottocento la situazione era ben diversa, tant’è che uno dei principali motivi per cui la Brontë venne criticata stava proprio in questa ambiguità nella morale e nella condotta della storia). Mi è inoltre molto dispiaciuto il poco tempo dato a Isabella e Edgar, che perdono spessore quasi completamente in favore dei due protagonisti; anche la relazione tra Cathy e Hareton viene molto penalizzata: ci viene fatta intendere sul finale, ma non ne cogliamo l’evoluzione.

C’è, infine, un’unica cosa che mi ha un po’ lasciata basita, ed è ciò che accade ad Heathcliff nell’arco finale: ovviamente hanno molto ristretto il succo, ma ciò che ne è uscito può essere riassunto così:

Sì, ecco, io l’ho vista un po’ così😂 Scusate.

Voi cosa ne pensate? Vi piacciono i period dramas? Fatemi sapere la vostra, sono sempre molto curiosa☺

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