Alice nel Paese delle Meraviglie

Alice nel Paese delle Meraviglie (copertina)

Il Paese delle Meraviglie

Lewis Carroll, al secolo Charles Lutwidge Dodgson, era un professore di matematica con una spiccata intelligenza e con un geniale savoir faire nei confronti delle parole, ma non solo; aveva una passione per la fotografia (arte giovane ai suoi tempi) e amava trascorrere il suo tempo libero in compagnia di bambine (che la causa fosse una specie di sindrome di Peter Pan o qualcosa di peggio, non si sa; la questione è ancora aperta). Fu proprio dalle bambine che nacque l’idea e prese forma il Paese delle Meraviglie, che uscì in volume nel 1865. La storia è famosissima: la piccola Alice segue un coniglio con il panciotto in una tana e si ritrova in un mondo stranissimo, circondata da animali parlanti e situazioni assurde. Alla fine del libro scopriamo che era tutto un sogno: la bambina si era infatti addormentata e aveva, di fatto, immaginato tutto.

A questo libro ne seguì un secondo, Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò, che ha luogo sei mesi dopo il primo e vede altre situazioni e altri personaggi assurdi. Teniamolo bene a mente, perché ci tornerà utile.

Note dalla terra di Tantotempofa

Il libro ha almeno due chiavi di lettura: la prima è rivolta al pubblico dei più piccoli, la seconda invece riguarda più da vicino gli estimatori dei giochi di parole. Carroll, infatti, costruisce lessicalmente la sua opera stravolgendo moltissime parole e filastrocche famose durante l’epoca vittoriana (alcune famose anche oggi, in effetti), rendendole ridicole e senza senso. Il primo pensiero che si potrebbe fare al riguardo è che lo scrittore britannico volesse strappare una risata ai suoi lettori; cosa certamente vera. Tuttavia, il motivo nascosto dell’opera è la forte critica al sistema educativo britannico di quegli anni che, secondo Carroll, riempiva la testa dei bambini di teorie che nella pratica avevano poca utilità.

In effetti il libro ce lo mostra continuamente: Alice passa tutto il tempo a parlare tra sé e sé, a riflettere e a fare osservazioni di vario genere, a ripassare i precetti che le hanno insegnato; eppure, ogni volta che prova a mettere effettivamente in pratica la sua conoscenza viene bloccata, offesa e corretta. Tra gli altri, la Duchessa è un esempio molto evidente di questo meccanismo (soprattutto nel capitolo IX).

“Che noia” sembra volerci dire Carroll, “sono gli adulti; godono nell’insegnare ma non nel vedere i frutti delle loro prediche”. La sua preferenza è tutta per l’immaginazione infantile, che lui ha evidentemente coltivato e preservato. Una morale che farebbe inorridire la Duchessa: “non fate morire il bambino che siete stati”.

Disegni dalla terra dei sogni

Passando da un sogno all’altro a volte capita che qualcosa venga inesorabilmente perduto: cosa è rimasto del romanzo britannico nel film animato statunitense?

Alice nel Paese delle Meraviglie esce nei cinema americani il 26/07/1951, diventando il classico Disney n°13. Dal punto di vista tecnico, è semplicemente meraviglioso, anche per un profano: le animazioni sono fatte a mano e sono minuziose (basta guardare i capelli di Alice in alcuni punti, o anche soltanto i fiori che si agitano nel vento), dando quasi un briciolo in più di vita alla pellicola.

Dal punto di vista della trama, invece, abbiamo un prodotto sicuramente diverso dall’originale: il film fonde la trama del primo romanzo con il secondo, tagliando via alcuni episodi del primo e spostando alcuni dialoghi in punti strategici. Perché? Per non interrompere il senso di continuità della storia, che vuole rendere proprio il rocambolesco andamento di un sogno. Fateci caso: in tutto il film ci sarà sì e no un taglio netto (con dissolvenza); il resto è un susseguirsi di eventi che tengono impegnata Alice e di conseguenza noi.

La tessitura di un sogno

Nel film abbiamo quindi alcuni pezzi sapientemente intessuti nella trama del primo romanzo. Quali sono questi episodi, e quali quelli rimossi? Quali sono, insomma, le differenze?

La porticina. Alice ha inseguito il Bianconiglio giù per la tana, è spuntata in un corridoio assai contorto ed è finita in uno stanzone enorme senza uscita… O quasi. Infatti, proprio in fondo alla stanza c’è una porticina piccolissima. Quando Alice fa per girare la maniglia, ecco un’esclamazione di dolore: il pomello è infatti il suo naso, e lei glielo ha stretto troppo forte. In questo caso, la maniglia funge da espediente narrativo: nel libro le parole che pronuncia sono in realtà pensieri di Alice.

La maratonda. La bambina ha cercato (invano) di passare per quella porta, rimpicciolendosi con una bevanda e ingigantendosi con dei pasticcini, per poi piangere e allagare la stanza. Di nuovo minuscola, si ritrova a dover affrontare il mare in tempesta nato delle sue lacrime.

Nel romanzo, però, faceva la sua comparsa un Topo che nel film è assente (personalmente credo che lo abbiano fuso con il Ghiro, che vediamo successivamente); erano l’animale e la bambina a dare il via al carosello, su carta. Il film, invece, ci mostra Capitan Libeccio (un dodo) a capo della piccola brigata.

Pinco Panco e Panco Pinco. A questo punto nel libro gli animali fuggono al sentir parlare della gatta di Alice, Dinah (che in italiano è stato trasformato in un lui, Oreste). La bambina incontra di nuovo il coniglio e lo segue ancora. Nel film troviamo a questo punto la prima sequenza presa dal secondo romanzo: la comparsa dei gemelli Pinco Panco e Panco Pinco, che raccontano alla bambina la storia del Tricheco e del Carpentiere (che da piccola mi faceva un sacco paura).

Guardatele, poverine!

Casa del Bianconiglio. Tutto uguale, ma ci tenevo a sottolineare che nel libro Alice non mangia una carota per ritornare piccina; diciamo che l’effetto dei pasticcini svanisce da solo.

Il giardino dai fiori parlanti. Questa è la seconda parte inserita dal secondo libro: Alice incontra dei fiori bellissimi ma alquanto maleducati (mi sembra qui di riscontrare una critica alla classe aristocratica) che la bullizzano.

La casa della Duchessa. Grande assente dalla pellicola. Dopo aver incontrato il Brucaliffo, infatti, Alice finiva di fronte alla casa della Duchessa, personaggio che non viene proprio menzionato nel film, ma che ha comunque una grande importanza. Basti pensare che è lei la proprietaria dello Stregatto!

Alice dal Leprotto

Il bosco. Dopo essere stata al ricevimento del Leprotto e del Cappellaio Alice, stizzita, torna nel bosco, perdendovisi dentro. Qui fanno la loro comparsa tutta una serie di creature fantastiche ma, cosa ancora più importante, abbiamo un richiamo a Biancaneve e i sette nani: Alice si abbandona ad una canzone tra le lacrime, mentre tutto intorno gli abitanti della foresta la ascoltano, intristiti. Questa sequenza è a parer mio molto importante, perché comunica un messaggio molto chiaro: un bambino triste perde la propria immaginazione. Alice, piangendo e disperandosi, vede scomparire ogni singola creatura che la circonda, fino a restare sola. (inserire immagine della scena).

Il croquet della Regina

Scorciatoia. A questo punto nel libro la bambina trova una porta in un albero che la riporta al punto di partenza, ovvero nell’atrio con la porticina. Nel testo finalmente Alice riesce a varcare quella soglia: nel film hanno tagliato corto. È infatti lo Stregatto ad aprire, in un albero, una porta che la conduce direttamente nel giardino della Regina di Cuori.

La Tartaruga d’Egitto. Altra grande assente è la storia della Tartaruga d’Egitto e del Grifone (alla quale Carroll dedica un capitolo intero) che critica, ancora una volta e in maniera più esplicita, la scuola.

Il processo. Questa è l’ultima grande differenza. Il processo nel libro prende una piega un po’ diversa: è il Fante ad essere sotto accusa per aver rubato delle pizzette. Nel film invece è proprio Alice l’imputata, accusata di aver preso in giro la Regina e di averla fatta finire gambe all’aria. Abbiamo poi la sequenza finale, nella quale la bambina scappa dalla Regina che l’ha condannata a morte, che per me è superlativa: rende perfettamente il trovarsi in un sogno, e non soltanto perché Alice capisce di star sognando: la bambina percorre a ritroso il Paese delle Meraviglie, in una sorta di rewind bellissimo e stranissimo.

La fine. Mi è un po’ dispiaciuto, però, il finale del film, perché la sorella liquida le fantasticherie di Alice un po’ velocemente. Nel libro invece vediamo ciò che lei pensa davvero, è contenta che la sorellina abbia un’immaginazione così fervida e la immagina adulta a raccontare storie ad altri bambini. Vediamo quindi una “ragazza grande” guardare con dolcezza e nostalgia all’infanzia, che da adulti diventa improvvisamente distante e quasi un sogno. Mi sarebbe piaciuto un accenno di questo nel finale del classico Disney, un occhiolino strizzato anche ai genitori (visto che sono film per famiglie, quelli della Dsney).

E voi, cosa ne pensate di tutto questo? Vi piace la storia di Alice nel Paese delle Meraviglie? E che importanza date all’immaginazione nella vostra vita? Fatemelo sapere con un commento! E soprattutto, buone vacanze!

Autore: Francesca

Scrivo. In pratica non so fare altro: sono goffa, timida e secondo qualcuno amo dormire a testa in giù. Ma amo anche leggere e osservare. Insomma, mi piace scappare dal mondo reale per rifugiarmi in quelli immaginari.

1 commento su “Alice nel Paese delle Meraviglie”

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