Dorian Gray

Il ritratto di Dorian Gray (copertina articolo)

Giugno è il mese che inaugura tipicamente la stagione estiva, e tutto è in fiore e sgargiante: i fiori splendono quasi come stelle terrestri, il sole vibra luminoso in cielo e ovunque la terra sembra dire: ora sì che sono sveglia! È tutto un caleidoscopio di colori, odori, sapori, un tripudio di vitalità.

E Oscar Wilde ne sapeva qualcosa di vitalità, quando scrisse Il ritratto di Dorian Gray. E soprattutto, ne sapeva di bellezza.

Così, alle porte dell’estate ho deciso di riprendere questo romanzo e di rileggerlo, per poi cimentarmi in un rewatch del film Dorian Gray (già visto per il bel faccino di Ben Barnes♥).

Ecco, forse non avrei dovuto farlo.

Il ritratto di Dorian Gray (1890)

La storia è ben conosciuta: giovane promettente e di bell’aspetto di nome Dorian viene ammaliato dalle parole suadenti di Lord Henry Wotton, cinico edonista, ed esprime un desiderio di fronte al suo ritratto fresco di pennello:

Oh, se potesse avvenire il contrario! Se potessi, io, restar sempre giovane e invecchiasse invece la pittura! Per questo sarei pronto a dare qualsiasi cosa, sì, non vi è nulla al mondo che non darei! Darei la mia stessa anima!

Capitolo II

Manco a dirlo il suo desiderio si avvera e così il giovane si abbandona, dopo un mese circa, alla filosofia di Wotton, diventando anche lui un edonista. Il ragazzo però oltrepassa nel corso degli anni ogni limite oltrepassabile, cedendo ad ogni piacere – anche il più perverso – finché non uccide con le sue stesse mani Basil Hallward, il pittore che lo aveva fermato sulla tela e che lo aveva amato in segreto. Dopo il delitto Dorian avverte il peso sempre più opprimente del rimorso per le sue cattive azioni e, alla fine, decide di distruggere il quadro, stanco di quella vita. Verrà ritrovato dalla sua servitù con il volto completamente deturpato dal suo stile di vita scellerato e con il quadro tornato bellissimo.

I personaggi

Lord Henry Wotton: amico di Basil, persegue la filosofia edonista. I suoi aforismi sono celebri. È lui a plagiare Dorian.

Basil Hallward: pittore. Per esprimere al meglio ciò che pensa dell’arte possiamo guardare alla bellissima prefazione del romanzo: “L’artista è il creatore di cose belle. Rivelare l’arte e celare l’artista è il fine dell’arte”. È lui a dipingere il ritratto di Dorian; ne è innamorato, ed è per questo motivo che non vuole assolutamente esporre il quadro: Dorian lo ha fatto emergere nella tela, e ciò per lui è sbagliato. È sicuramente più morigerato dell’amico Henry e più volte nella storia si comporterà quasi da grillo parlante per Dorian, ma fallendo miseramente ogni singola volta (vedi che fine fa…).

Dorian Gray: è il protagonista del romanzo. Giovane bellissimo, un moderno Narciso che si monta un po’ troppo la testa ad essere onesti, all’inizio è buono e ingenuo ma poi grazie a Henry cambia profondamente, diventando crudele e lascivo.

Sybil Vane: è un’attrice che recita a teatro, bellissima e bravissima. Dorian ne resta folgorato e si fidanza con lei ma, non appena la ragazza si rende conto dell’intensità dei propri sentimenti recita male, spezzando l’incantesimo. Dorian la lascerà proprio a causa di questo fallimento, e lei si ucciderà per il dolore.

Jimmy Vane: è il fratello di Sybil. Lo vediamo partire per l’Australia in cerca di fortuna e poi, diciotto anni dopo, lo vediamo puntare una pistola contro Dorian, accecato dall’odio per colui che ha causato indirettamente la morte della sorella.

Alan Campbell: di lui non sappiamo molto, se non che è un chimico e che è stato amico intimo di Dorian, per poi allontanarsi misteriosamente in seguito a qualche brutto affare di cui noi non veniamo a conoscenza esplicitamente. Compare per aiutare Dorian a sbarazzarsi del cadavere di Basil, per poi uccidersi.

Dorian Gray come viene descritto nel romanzo

Vivi forte, vivi al massimo, vivi oltre

Sì, insomma, potremmo riassumere così la filosofia di vita di Dorian Gray: vivi ogni cosa intensamente e completamente, anche se può farti male, anche se fai del male. Il romanzo esprime bene questo punto di vista, soprattutto attraverso gli aforismi di Lord Henry, di cui Dorian è il prodotto (un po’ dottor Frankenstein con la sua creatura). Henry resta infatti affascinato da questo giovane ragazzo incantevole, dall’aria innocente e con una storia famigliare interessante (egli stesso lo definisce “figlio dell’amore e della morte”) tanto da prenderlo sotto la sua ala ed educandolo al mondo, come Lucifero con Pinocchio. Ciò che sicuramente Lord Henry non poteva prevedere, decidendo di plasmare il fresco profilo di Dorian, era che il ragazzo avrebbe di gran lunga superato i suoi precetti, affondando nel sudicio. Ciò che Dorian compie nel corso del tempo, però, noi possiamo soltanto immaginarlo leggendo il romanzo: ovviamente Wilde non avrebbe potuto scrivere di sana pianta gli “atti indicibili” che Gray commette, o il libro sarebbe finito nel fuoco (cosa che d’altronde accadde comunque nonostante Wilde si fosse autocensurato, quindi pensate un po’ cosa ne sarebbe venuto fuori se non l’avesse fatto). Ad ogni modo, noi siamo portati a pensare che qualunque cosa abbia fatto vada contro ogni morale e contro ogni pudore sociale e fisico (uscendone sempre intoccato da tale sporcizia). Un altro tema fondamentale e sempre sullo sfondo è quello del doppio: Dorian e il suo ritratto, Dorian e Henry, Dorian e Basil, Henry e Basil, e anche Dorian e Sybil (con tutto il suo bagaglio di personaggi femminili). Vediamo come le relazioni siano sempre strutturate in questo modo: anche nei momenti in cui Henry, Dorian e Basil si trovano insieme, è difficile immaginare una dialettica in tre tempi, perché Basil tende spesso a scomparire. E il ritratto, crudele memento delle azioni di Dorian, sempre più brutto man mano che la vicenda si sviluppa, evoca ciò da cui nessun essere umano può scappare: la morte, ovvero la resa dei conti finale con Dio (oppure, in chiave più generica, con sé stessi; alla fin fine, i peggiori giudici di noi stessi siamo… Noi stessi).

Non mi dilungo oltre nel parlare del romanzo, che contiene molte altre interessantissime chiavi di lettura (se dovessi parlarne ne verrebbe fuori un saggio). Concentriamoci ora sul film.

Dorian Gray (2009)

Quando ho visto questo film per la prima volta (tanti anni fa) ne rimasi folgorata: ignoravo totalmente l’esistenza del libro e l’unico motivo che mi aveva spinta a premere play era la presenza di Ben Barnes, reduce del successo ottenuto con Le Cronache di Narnia – Il Principe Caspian.

Riguardarlo oggi ha sortito sicuramente dei risultati diversi. Parliamone un po’.

Il tempo vola, il ragazzo fugge

L’ambientazione nella quale ci muoviamo è sicuramente più concreta e dinamica rispetto a quella cartacea, avvolta da un manto perenne di astrattezza: il peso degli anni è più marcato, il contrasto è più incisivo e mette quasi a disagio lo spettatore.

Possiamo dividere il film in due parti, separate dai diciotto anni che Dorian trascorre in giro per il mondo. La prima parte è molto rapida e raggiunge in effetti il climax con la morte di Basil (una sorta di amplesso metaforico: il ragazzo ha compiuto l’atto più estremo che si possa commettere, il delitto). In questa prima metà del film viviamo insieme a Dorian la giovinezza, l’amore, il desiderio e il peccato, mescolati e molto ravvicinati (per una questione di minutaggio, immagino). Fondamentale è la presenza, secondo me, della macchina fotografica (uno strumentopolo misterioso che ci tornerà utile in seguito). Inserire infatti delle manifestazioni della tecnologia della seconda metà dell’Ottocento ci ancora ad un punto, e ciò ci farà invecchiare (metaforicamente) con Lord Henry quando nella seconda metà della pellicola ci troviamo in un mondo in cui le carrozze sono state sostituite dalle automobili, Henry e tutti quelli che frequentavano Dorian sono invecchiati, spelacchiati e spaventati da lui e Henry ha una figlia che è letteralmente figlia del suo tempo: giovane, bella, indipendente e molto schietta. Inoltre, abbiamo più di un indizio che ci comunica la presenza della Prima Guerra Mondiale (cosa che ho trovato molto bella, Wilde non avrebbe potuto saperlo a prescindere).

Lord Henry e Dorian in una scena del film

Detto questo, ci sono un sacco di cose che stonano con l’originale. La più importante è la posizione di rilievo che viene data all’esoterismo. Si potrebbe pensare che sia una conclusione più che naturale: Dorian compie un sacco di azioni empie e si abbandona al piacere – e il piacere viene di solito associato al peccato e all’inferno, MA. Nel romanzo il tutto veniva trattato come una scommessa fatta di sfuggita, con il conto che ci viene presentato direttamente alla fine. Certo, abbiamo più di un riferimento all’anima, alla sua corruzione e alla morale, ma è tutta un’altra cosa; il libro riusciva a porre l’accento sul risultato finale: nella vita si gioca una partita a carte coperte di cui si vede l’esito soltanto alla fine, mentre il film non fa altro che riproporti il risultato il tema della dannazione ad ogni minimo cambiamento. Lord Henry non ha la minima idea (nel libro) di ciò che si agita dietro la tela celata di Dorian. Non è lui a smascherarlo: il ragazzo si arrende al peccato, stanco della sua vita.

Nel film, invece, resta solo, schifato dalla figlia (inesistente nel libro) e con una cicatrice sul volto, simbolo di ciò che ha causato. I riferimenti sono molteplici: Dorian è bruciato nel fuoco purificatore e Henry è rimasto scottato dalla scommessa che aveva fatto con se stesso.

La parola a voi adesso: a voi il libro piace? E il film? Fatemelo sapere con un commento qui sotto o con un messaggio sui miei canali social 🙂

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