La mascherata della Morte Rossa

Febbraio è il mese dell’amore, della cioccolata e dei cuoricini fluttuanti, ma non solo: è anche il mese del Carnevale. Ed è per questo che ho deciso di parlare di un racconto in cui le maschere calano.

The Masque of the Red Death

Febbraio è il mese dell’amore, della cioccolata e dei cuoricini fluttuanti, ma non solo: noi italiani festeggiamo il Carnevale; ci travestiamo, mangiamo e ci divertiamo, anche se quest’anno abbiamo dovuto ridurre la baldoria all’ambiente casalingo.

Ed è proprio pensando alla situazione attuale che ho ricordato uno dei racconti più conosciuti di Edgar Allan Poe, La mascherata della morte rossa. Uno scritto breve ma fortemente evocativo, che ci catapulta in un sontuoso maniero durante un ballo in maschera, mentre fuori, nel mondo esterno, una mortale malattia continua a mietere vittime. Sounds familiar?

E dunque non perdiamo altro tempo e immergiamoci nel confronto tra questo racconto e una delle trasposizioni che ne sono state tratte, quella del 1964.

Il racconto

La mascherata della Morte Rossa compare per la prima volta nel 1842 su una rivista, il Graham’s Magazine, e narra di una mortale pestilenza che si diffonde a macchia d’olio in un reame. Di fronte a questo tragico evento il principe Prospero raduna una numerosa compagnia e si rifugia in un castello, lontano dalla città (un po’ come accade nel Decameron). Trascorrono alcuni mesi di spensieratezza e baldoria, finché il principe non indice un ballo in maschera, che si protrae senza sosta fino alla mezzanotte. A quel punto viene scorta una strana figura tra gli ospiti: è la Morte Rossa, che è riuscita, alla fine, ad entrare nel castello. E così, uno dopo l’altro, tutti cadono morti.

“Io sono ineluttabile”

Rubo la tagline a Thanos per concentrarmi sul rapporto inestricabile che vi è fra Morte e Tempo. Infatti, durante il racconto i rintocchi del pendolo, posto nella stanza ad Occidente, interamente rivestita di tessuti neri, sono un solenne memento per i personaggi: i musicisti smettono di suonare, gli altri di ballare e di ridere. Restano, per la durata dei rintocchi, soli ed esposti ai loro pensieri; alla realtà, all’effimerità dell’esistenza. Essi ricordano brevemente cosa sta fuori dalle mura rassicuranti del castello: la Morte.

E quando il pendolo batte i dodici rintocchi che annunciano la Mezzanotte, la morte di un giorno e l’inizio di un altro, ecco che la Morte Rossa lo raggiunge, congiungendovisi. Morte e Tempo sono così legati, come due anelli di una catena infrangibile che stritola l’uomo fino ad asfissiarlo.

E il pensiero corre all’indietro, ad un pensatore antecedente a Poe: Blaise Pascal, che riflette sul perché l’essere umano non sappia godersi la propria compagnia, ma abbia sempre bisogno di divertirsi. Ebbene, ciò accade proprio perché se l’uomo non fa nulla pensa, e pensando si rende conto di quanto debole e mortale egli sia. Il divertimento rende felice l’uomo; il pensiero genera infelicità. E Poe sembra riprendere proprio questa linea di pensiero nelle pagine del racconto.

Inoltre, i rintocchi del pendolo richiamano alla memoria una sinistra ascia, che oscillando taglia via la vita a chi è costretto a sentire; non c’è da stupirsi che anche l’orologio taccia, quando l’ultima persona cade esanime: la Morte ha riposto la sua arma ricurva, vincitrice.

Diamo ora un’occhiata alla pellicola: sarà riuscita ad eguagliare l’eleganza della penna di Poe?

Il film

La maschera della Morte Rossa esce nel 1964, diretto da Roger Corman (regista amato dai cinefili appassionati di film horror) e vede nei panni del Principe Vincent Price, attore di punta per Corman. L’adattamento, però, ha deviato un bel po’ dal materiale originale, prendendosi molte libertà nel riadattare il racconto di Poe. Ciò non rovina il film, che resta un prodotto godibile, suggestivo e dall’aura magica, ma lo differenzia molto.

La locandina del film

I personaggi

Sono in molti ad avere ruoli rilevanti oltre al Principe (di cui parlerò tra un po’): abbiamo Francesca, giovane contadina fortemente credente e Gino, il suo amato, anche lui credente; abbiamo Juliana, nobildonna innamorata del Principe decisa a fare qualunque cosa pur di averlo; e abbiamo Rospo ed Esmeralda, due nani che provengono però da un altro racconto di Poe, Hop-Frog. Una miscellanea di figure che, però, nel racconto non vengono menzionate. È però comprensibile che gli sceneggiatori abbiano dovuto dare nome e volto a qualcun altro oltre al Principe, altrimenti la vicenda avrebbe assunto dei connotati piuttosto stranianti e la sua durata si sarebbe notevolmente ridotta. E dunque questi personaggi si muovono e compiono azioni, dando vita ad alcune sottotrame che non stonano con il contesto e danno quel giusto tocco di melodrammaticità al tutto. Si tratta di materiale aggiuntivo e riempitivo che assume un senso se si pensa che un racconto di qualche pagina è stato adattato in un lungometraggio.

La mia perplessità è stata però suscitata dalla decisione di modificare anche il materiale originale, andando a toccare lo scheletro stesso dell’originale.

Il principe

Prospero è l’unico personaggio umano di cui si conosca il nome e il temperamento nel racconto: è un principe e ha un castello in aperta campagna, nel quale si rifugia insieme ad una numerosa compagnia di amici per sfuggire alla Morte Rossa, e lì dimora per mesi, felice e festoso. Ci viene presentato come un giovane allegro e pieno di spirito, un personaggio luminoso e, sotto un certo punto di vista, un po’ ingenuo e un po’ arrogante (in quanto ha pensato di essere riuscito a fregare la Morte).

Nel film restano fedeli all’originale soltanto l’arroganza e il castello; tutto il resto cambia. Il ragazzo diventa uomo (un affascinante Vincent Price) e fin dai primi secondi in scena lo spettatore sa che quel principe non è un personaggio positivo. Price ha il fascino dell’antagonista, e tale si rivela. Abbandona il villaggio vicino al suo castello, lasciando che la pestilenza aggiunga anime alla sua conta, e prende con sé Francesca per trasformarla in una sua proprietà, insieme a Gino e al padre di lei, colpevoli di essersi opposti ai suoi freddi ordini. Prospero è quindi un crudele tiranno, incurante del benessere dei suoi sudditi e burattinaio degli ospiti presenti nel suo maniero. Come se ciò non bastasse, però, questo Prospero ha un’altra caratteristica peculiare: è un fervente satanista, convinto che Dio sia morto e che dunque il Diavolo ne abbia preso il posto. Prospero incarna quindi le convinzioni di un uomo illuminato, colto e, tutto sommato, dandy, che si vede sconfitto nel finale dalla Morte Rossa. Anche questo personaggio merita un approfondimento.

Il Principe confronta la Morte

La Morte

La Morte Rossa è una malattia mortifera che fa strage di persone. Nel racconto sembra assumere il ruolo di antagonista insieme al Tempo; nel film è un po’ antagonista un po’ aiutante. Essa decide infatti di salvare alcune persone (Francesca, Gino, Rospo, Esmeralda e una bambina) e aiuta Gino ad intrufolarsi nel castello dopo esserne stato buttato fuori.

La personificazione della pestilenza assume quindi sfumature che la trasformano in un’entità piuttosto ambigua, che dispensa morte e legge i tarocchi, girovaga al limitare della civiltà come un antico profeta e non ha volto. Inoltre, non è sola: l’epilogo della vicenda la vede ricongiungersi con altre figure simili a lei, con vesti di colori differenti, tutte rappresentanti varie malattie che hanno afflitto l’umanità, come la tubercolosi (la Morte Bianca) e il tifo (la Morte Gialla).

Interessante è anche il suo atteggiamento nei confronti di Prospero: il principe la saluta con rispetto e ammirazione, scambiandola per il suo maestro (il Diavolo), ma lei rivendica la propria superiorità ad ogni essere, e quindi anche a Satana.

La Morte Rossa (assume il volto di chi la guarda)

La vicenda

Per quanto concerne la trama vera e propria del film, essa non muta poi così tanto; alla fine la Morte Rossa regna su ogni cosa. Come ho già detto, le due maggiori modifiche riguardano l’inserimento del satanismo e della magnanimità della Morte. Nel racconto non si fa menzione di pratiche occulte, e il finale non vede alcun superstite; nella pellicola invece abbiamo molte sequenze dedicate a pratiche esoteriche (come il rituale che Juliana mette in atto) e vediamo, alla fine della vicenda, la Morte risparmiare delle persone, e questo genera un controsenso piuttosto importante. Infatti, quando la Morte si palesa nel palazzo e parla con Prospero afferma di essere un’entità superiore al bene e al male, a Dio e al Diavolo. Se è così, come interpretare la sua volontà di risparmiare delle persone? È forse perché sono i buoni? Tolta la bambina (si tende a non far morire i bambini nei film) abbiamo Francesca e Gino (due cattolici) e Rospo ed Esmeralda (che sono due nani; ma Rospo è un assassino). A che pro risparmiarli? Spetta allo spettatore tirare le somme, da questo punto di vista.

Per concludere, vorrei porre l’attenzione sulla meravigliosa coreografia che la Morte mette in campo nelle ultime sequenze del film e la fotografia, così come la sceneggiatura: la stanza nera era perfetta. Peccato per il pendolo, che messo nel salone blu come un oggetto qualunque perde di ogni significato.

Inoltre, per chi fosse interessato, ecco un breve elenco delle Morti che compaiono nel finale, con annessi le malattie mortali che incarnano: la Morte Rossa, la Morte Bianca (tubercolosi), la Morte Gialla (il tifo), la Morte Dorata (la lebbra), la Morte Blu (il colera), la Morte Viola (la porfiria) e la Morte Nera (la peste nera).

La sfilata finale delle Morti

La mascherata è finita. Ora tutti mostreranno il loro vero volto.

Morte Rossa, La maschera della Morte Rossa (1964)

Autore: Francesca

Scrivo. In pratica non so fare altro: sono goffa, timida e secondo qualcuno amo dormire a testa in giù. Ma amo anche leggere e osservare. Insomma, mi piace scappare dal mondo reale per rifugiarmi in quelli immaginari.

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