Una questione di sfumature

Dalla pubblicazione di Uno studio in rosso il mondo della letteratura non è stato più lo stesso. Nasce il giallo, grazie all’immaginazione di sir Arthur Conan Doyle e dei suoi personaggi, diventati delle vere e proprie icone (basti pensare che oggi moltissimi turisti vagano per Londra alla ricerca della famigerata casa al 221B di Baker Street). Eppure, nonostante nell’enciclopedia culturale occidentale sia ben presente la figura del detective infallibile londinese, in Italia di trasposizioni cinematografiche su questo romanzo non ne sono arrivate (e quelle che sono state realizzate sono abbastanza vecchiotte). Abbiamo dovuto aspettare il 2011, quando la HBO decise di produrre una serie televisiva che è diventata un cult: Sherlock. E l’episodio pilota è ispirato proprio al primo romanzo di Doyle, seppure con quale cambiamento.

Il libro

Il prodotto cartaceo è breve (14 capitoli) ed è narrato dal co-protagonista, John Watson, dottore militare ritornato in patria dall’Afghanistan. In cerca di un coinquilino, fa la conoscenza di Sherlock Holmes, un uomo molto singolare e dalle strabilianti capacità deduttive, anch’egli in cerca di un compagno di stanza. Così i due iniziano la loro convivenza, al 221B di Baker Street. Scopriamo che Sherlock Holmes è un “consulente investigativo” per Scotland Yard, che lo convoca quando un uomo viene ritrovato morto in circostanze bizzarre: Enoch Drebber, avvelenato, trovato in una casa abbandonata con una fede nuziale vicino al corpo e la parola RACHE scritta con il sangue sul muro.

Nonostante i due ispettori incaricati del caso – Gregson e Lestrade – siano molto confusi di fronte a un delitto simile, Holmes agisce con straordinaria lucidità e razionalità, portando (dopo un secondo omicidio) all’arresto dell’assassino, il vetturino Jefferson Hope, che aveva meditato per vent’anni una fredda ma al contempo furiosa vendetta nei confronti degli uomini che gli avevano strappato la felicità: l’amore di Lucy Ferrier e l’affetto di suo padre, John Ferrier. Confessati i delitti con serafica calma, l’uomo muore il giorno successivo, a causa di un aneurisma aortico.

Guardando la storia in questo modo si penserebbe ad una narrazione coinvolgente e carica di suspense: io non vi ho ritrovato nulla del genere. Lo stile dell’autore è pesante e, a tratti, noioso. La narrazione, nonostante sia un giallo, è lenta, e il lettore non ha il tempo di fare delle ipotesi in merito ai delitti compiuti, perché Holmes ha già tutte le risposte. Non vi è, quindi, soddisfazione, nemmeno nello scioglimento finale. Il lettore diventa l’ispettore Lestrade, frustrato dal fatto che un uomo brillante come Sherlock Holmes faccia il suo lavoro.

Ho apprezzato, però, il capitolo dedicato al racconto di ciò che ha portato Jefferson Hope ad uccidere le due vittime, perché è carico di emotività. Penso, quindi, che con tutta probabilità lo stile adottato si rifaccia molto al narratore: John Watson, medico militare, scettico fino al compimento delle deduzioni di Holmes, dalle cui parole emerge una profonda ammirazione che però è velata da una perenne incredulità.

Il pilot

Uno studio in rosa è la trasposizione seriale del romanzo di Doyle. Ambientata ai giorni nostri, svecchia completamente il primo caso di Sherlock Holmes, rendendolo più complesso e dinamico. I personaggi ci sono quasi tutti: abbiamo il nostro fidato John Watson, anche in questo contesto medico militare tornato in patria in seguito ad una ferita subita in Afghanistan; Sherlock Holmes, consulente investigativo per Scotland Yard; Gregson Lestrade (!), il detective desideroso di una mano, e Jeff Hope, l’assassino. Sono presenti, però, anche molte aggiunte e degli stravolgimenti di trama abbastanza importanti, che servono a creare il punto di partenza della serie televisiva.

Lo sceneggiato si apre con Watson che appare piuttosto provato e affetto da PTSD in seguito alla guerra e alla ferita che ha riportato, che lo spinge ad usare un bastone per camminare. È un uomo schivo e nervoso, che sente di non avere nulla da dire; un uomo in stand-by. Eppure, le cose cambiano quando, grazie ad un suo vecchio conoscente, incontra Sherlock Holmes, suo futuro coinquilino. Prima della presentazione “ufficiale” del personaggio di Holmes, però, abbiamo un assaggio della sua personalità quando, durante una conferenza stampa tenuta dagli ispettori Lestrade e Donovan tutti i presenti iniziano a ricevere degli SMS che smentiscono le parole della polizia. È un’anima irrequieta, questo Sherlock Holmes, ben diverso, a parer mio, dal suo riflesso cartaceo. E ogni cosa nel corso dell’episodio ce lo dimostra: in primis l’interpretazione di Benedict Cumberbatch, ma poi anche il montaggio delle sequenze in cui compare e anche il movimento della cinepresa, che sembra prendere vita intorno a lui, diventando dinamica e nervosa. E in effetti ne ha tutti i motivi: Holmes è un sociopatico iperattivo in televisione, ha poca considerazione per le vite delle persone che lo circondano e l’unica cosa che sembra davvero interessarlo sono i delitti e quindi il lato perverso della psiche umana. Mago delle deduzioni investigative, si ritrova a lavorare ad una serie di suicidi apparenti che si rivelano essere in realtà degli omicidi, che lo portano a Jeff Hope, un tassista con un aneurisma cerebrale che viene pagato per i suoi crimini da uno sponsor misterioso, un certo Moriarty.

Le differenze

La prima differenza che salta sicuramente all’occhio non è il setting (XX° secolo vs XIX° secolo) bensì le vittime. Nel romanzo abbiamo due morti, entrambi avvelenati ed entrambi vittime di una scrupolosa e paziente vendetta. Eppure, nella serie televisiva questa componente è assente. Abbiamo un numero maggiore di vittime, e sicuramente la prospettiva di osservare l’agire di un serial killer affascina lo spettatore, eppure manca la passionalità della vendetta, sostituita dal denaro.

Un’altra differenza che trovo però molto bella è la caratterizzazione di Lestrade: il detective simpatizza per Holmes, vede in lui una promessa dell’investigazione, e lo asseconda proprio perché vede il suo talento e lo vorrebbe con sé in polizia; suo opposto è Sally Donovan, una new entry scettica e molto cinica nei confronti di Holmes, che lo disprezza e ne vede maggiormente i difetti.

Il rapporto tra Sherlock e John parte con il botto: se nel romanzo tutto sembra più pacato e anzi Watson sembra considerare il suo coinquilino con una certa irritazione e diffidenza soprattutto all’inizio sullo schermo il loro rapporto sembra essere più umano e sfumato. Watson è affascinato e spaventato, sotto molti aspetti, da Holmes, ma non si tira indietro, perché la curiosità e l’adrenalina hanno sempre la meglio.

Abbiamo, infine, un sacco di personaggi inseriti “in anticipo”: Mycroft Holmes, il fratello maggiore di Sherlock, che su carta compare per la prima volta in L’avventura dell’interprete greco; Moriarty, la nemesi di Holmes, che fa la sua comparsa in L’ultima avventura.

In conclusione

Libro o pilot? In questo caso stravince il pilot. È sicuramente più avvincente e magnetico del romanzo, a cui però guardo con ammirazione: è pur sempre la pietra miliare del romanzo giallo.

Voi quale versione preferite? Ne conoscete altre? Fatemelo sapere in un commento qui sotto e condividete questo articolo se vi è piaciuto.

A presto!    


“A questo mondo non conta quello che si è fatto” soggiunse il mio compagno, con una certa amarezza, “conta piuttosto quel che si riesce a far credere alla gente di avere fatto.[…]”

Uno studio in rosso

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