Pensieri su La vie mode d’emploi

Copertina (dettaglio)

Leggere La vie mode d’emploi è come cercare di risolvere un cubo di Rubik: intrigante all’inizio, irritante da un certo punto in poi, gratificante quando, finalmente, si raggiunge la fine. Eppure, nonostante questo viaggio emotivo tumultuoso, c’è qualcosa nelle pagine del romanzo di Perec che non riesce a  farci desistere: il desiderio via via sempre più impellente di avere le risposte alle tantissime domande che si accalcano nella nostra mente leggendo.

Essendo un iper-romanzo, molteplici chiavi di lettura sono possibili. Io ho rivisto, nella conclusione, tutto quello che Perec ha voluto mostrare nel corso della narrazione, nelle storie dei singoli condomini, di quelli che c’erano prima, e di tre individui, Bartlebooth, Winckler e Valène. Un miliardario, un artigiano che fabbrica puzzle e un pittore. Ma ridurre questo romanzo a questi tre uomini è sbagliato. Non sono loro, infatti, i protagonisti del romanzo; il vero protagonista è il palazzo stesso, palcoscenico delle vite dei suoi abitanti, casa delle bambole per i lettori che in alcuni punti sembrano quasi impicciarsi negli affari altrui. Questo pensiero viene molto rafforzato dalle innumerevoli descrizioni delle stanze, tutte con un’impronta fortemente barocca; ogni singolo anfratto, anche quello più spoglio e vuoto, è in realtà carico di particolari; Perec si dilunga molto sull’arredamento, focalizzandosi su ogni suo aspetto; raccontando, a partire da determinati quadri o fregi, altri racconti, altri scorci di vita.

E c’è, poi, la singolare ossessione di Percival Bartlebooth, il perno fasullo e insensato intorno al quale ruota tutta la sua vita: dipingere dei paesaggi che diverranno puzzle che diventeranno, alla fine, niente, assumendo un non-significato.

Il nostro condominio può esser visto anche così: come un immenso puzzle da comporre, ma di cui mancherà sempre un tassello: il tassello che Bartlebooth, anziano e cieco, non riuscirà mai a posizionare perché errato, perché silenziosa vendetta di un uomo morto, che rende ancora più vano tutto quello struggimento e quell’inseguimento di una chimera, di uno scopo che gli riempisse la vita.

Il percorso che seguiamo nella lettura di questo romanzo potrebbe essere tutto nella testa di Valène, il pittore, che aveva abbozzato un quadro che avrebbe dovuto racchiudere l’essenza di quell’essere infinitamente complesso che è il palazzo in cui abita.

E questo lungo itinere si condensa, negli ultimi due capitoli, in un’unica data: il 23 giugno 1975, che arriva come uno schiaffo nei confronti del lettore. Ecco, è lì il significato ultimo dell’opera di Perec. È lì, eppure non si riesce ad afferrarla. Perché riuscirci significherebbe afferrare il senso della vita stessa. E questo non è proprio possibile. Ho rivisto, in questa rivelazione finale, un eco (seppure molto pallido) dello schema narrativo della signora Dalloway: una dilatazione temporale per cui in un periodo di tempo molto breve è densissimo di avvenimenti e situazioni. E non è forse così la vita? Un susseguirsi di fatti rapidi e sfuggenti che però, sotto lo sguardo di alcuni, diventano storie?

Non siamo, forse, tutti storie che fanno parte dello stesso libro?

Je cherche en même temps

l’éternel et l’éphémère.

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